L'ODISSEA E LE EMOZIONI

Recentemente ho riletto l'Odissea: l'Omerico poema che narra le vicissitudini dell'omonimo eroe che, secondo me, oltre a essere un classico intramontabile, è a tutti gli effetti un romanzo di crescita personale.
Un episodio in particolare mi ha colpito e mi ha fatto riflettere, ovviamente rivisto sotto un'ottica diversa, ed è quello in cui l'eroe astuto e ingegnoso dopo essere sfuggito dalle grinfie dell'infame mostro Polifemo, dicendogli di chiamarsi Nessuno e accecandolo con una trave appuntita e arroventata; ormai al sicuro sulla nave che si allontanava dalle coste ebbe un gesto istintivo di stizza e rivelò a Polifemo il suo nome. Il mostro venendo a conoscenza del vero nome del suo aggressore invocò Poseidone, suo padre, e chiese vendetta.
Lo sdegno per l'infamia di quel mostro che senza alcun rispetto aveva divorato i suoi uomini era insopportabile per Odisseo, al punto che nonostante fosse il più saggio tra gli uomini non
riuscì a controllare l'impeto di quelle parole che gli costarono vent'anni di sventure.
Come spesso accade nella saggezza antica troviamo le risposte che ci servono per vivere oggi.  E il monito di questo racconto mi è parso subito chiaro rafforzando in me l'idea che la gestione delle emozioni è la strada maestra verso la saggezza.
Dobbiamo nel modo più assoluto evitare di lasciarci soggiogare dalle nostre emozioni, causando quello che Goleman ha definito "sequestro emozionale".
Le conseguenze sono spesso pesanti e spesso irrimediabili, come ci racconta l'Odissea.
Una singola parola in un momento di rabbia, un gesto d'impeto istintivo possono compromettere i rapporti con le persone, anche quelle a noi più care.
Dobbiamo impegnarci a essere consapevoli di ogni nostra azione e migliorare la nostra intelligenza emotiva.
Perché, alla fine, fin quando non riusciremo a gestire le nostre emozioni non potremmo definirci fino in fondo "Uomini".

Eduardo Liparoti

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